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domenica 31 gennaio 2016

Numeri fino a 100

Finalmente siamo arrivati a 100!

10
۱۰
ده
dah
20
۲۰
بیست
bist
30
۳۰
سی
si
40
۴۰
چهل 
chehel
50
۵۰
پنجاه 
panjah
60
۶۰
شصت
shast
70
۷۰
هفتاد
haftaad
80
۸۰
هشتاد
hashtaad
90
۹۰
نود 
navad
100
۱۰۰
صد
sad

Per dire 21, 22 e tutti gli altri numeri, è molto semplice.

21= bist o yek
22= bist o do...

La "o" è la riduzione di "va", ovvero "e". Letteralmente venti e uno, venti e due...

E' vero, i numeri in persiano sono un pò particolari, hanno molte eccezioni e piccole differenze di vocale che ci fanno confondere. Basta solo un pò di pratica!

venerdì 29 gennaio 2016

Ancora su Taxi Teheran

Questa è la seconda volta da quando ho il blog che copio incollo articoli di giornale. Ma ho trovato questa recensione e volevo condividerla con voi. Ancora su Taxi Teheran di Jafar Panahi. Gabriella Kuruvilla, la capisco perfettamente!



Confesso: Taxi Teheran mi ha annoiata

di Gabriella Kuruvilla


Hanno detto di Taxi Teheran: “Gioiosa ma profonda riflessione sull’intersezione tra la vita e l’arte” (Variety, Scott Foundas), “Un capolavoro […] con sequenze a volte esilaranti. […] L’affronto più caustico, sovversivo, disperato della storia del cinema” (Le Monde, Franck Nouchi) , “Affascinante, spiritoso, lacerante dramma politico” (The Times, Kate Muir), “Emozionante, divertente, geniale” (Indiwire, Kevin B. Lee). Il problema è che Taxi Teheran è l’ultimo lungometraggio del pluripremiato (e pluriapprezzato) regista cinquantacinquenne iraniano Jafar Panahi, girato a partire dal 2010, anno in cui viene condannato a non poter più realizzare film, scrivere sceneggiature, concedere interviste alla stampa e uscire dal suo Paese per un periodo di tempo indeterminato, pena 20 anni di incarcerazione per ogni divieto violato. Tutto questo perché, l’anno precedente, aveva partecipato a una cerimonia in commemorazione di una giovane manifestante uccisa nel corso delle dimostrazioni seguite alla controversa rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad.
Taxi Teheran, realizzato in queste condizioni, è dunque un’opera che denuncia, sfida e combatte i divieti imposti dalla Repubblica islamica: in particolare, è un film contro il regime e, in generale, contro la censura.
Dunque, pare che non se possa parlare male: sembrerebbe un gesto politicamente scorretto, quantomeno.
Il film, venduto in oltre 30 Paesi, nell’aprile 2015 in Francia ha avuto più di 500 mila spettatori, rivelandosi un grande successo. Non solo di pubblico, ma anche di critica. Che continua a osannarlo, ovunque. Attraverso i media, e i premi: all’ultimo Festival di Berlino, ha vinto sia l’Orso d’oro sia il Premio Fipresci, consegnato alla giovane e commossa Hana Saeidi (una degli interpreti, nonché nipote del regista). Questa la motivazione del cineasta americano Darren Aronofsky, che presiedeva la giuria: “Le restrizioni sono spesso fonte d’ispirazione per un autore poiché gli permettono di superare se stesso. Ma a volte le restrizioni possono essere talmente soffocanti da distruggere un progetto e spesso annientano l’anima dell’artista. Invece di lasciarsi distruggere la mente e lo spirito e di lasciarsi andare, invece di lasciarsi pervadere dalla collera e dalla frustrazione, Jafar Panahi ha scritto una lettera d’amore al cinema. Il suo film è colmo d’amore per la sua arte, la sua comunità, il suo Paese e il suo pubblico”.
Sull’amore per il pubblico ho qualche perplessità: durante la proiezione riservata alla stampa, a Milano, c’era chi dormiva e chi, forse per non farlo, continuava ad agitarsi sulla poltroncina, per fortuna morbida.
Io ero tra questi ultimi: non mi muovo così nemmeno quando mi fanno il solletico (solo che in quei casi, solitamente, rido di più). Rimane quindi da capire come mai molti di quei critici, dormienti o agitati per 82 minuti (che sembravano almeno il doppio, grazie a quel processo causato dalla noia chiamato dilatazione del tempo), una volta al lavoro, ne abbiano scritto non bene: benissimo. Certo, forse c’era anche chi l’ha apprezzato realmente. Anche se commenti come “spiritoso” e “divertente” appaiono un filo esagerati: “esilarante”, poi. Viene in mente quella scena di Caro diario in cui Nanni Moretti, dopo aver visto un film orribile, cerca di ricordarsi dove ne avesse letto una critica positiva, trova l’articolo e lo copia sul suo diario, chiedendosi: “Ecco, penso, ma chi scrive queste cose, non è che la sera, magari prima di addormentarsi, ha un momento di rimorso?”.
Ora, chi acclama Taxi Teheran forse non dovrebbe arrivare a tanto, soprattutto perché solitamente si sofferma più sulle problematiche legate alla libertà d’espressione in Iran, più adatte comunque a un trattato socio-politico che a una recensione cinematografica, piuttosto che commentare il valore artistico della pellicola.
Che ha una trama tanto apparentemente improvvisata quanto probabilmente costruita (effetto neorealismo, studiato a tavolino), composta da una serie di episodi slegati gli uni dagli altri, che hanno come minimo comun denominatore solo quello di avere come protagonisti i passeggeri di un taxi collettivo, guidato dal regista, dal quale vengono filmati attraverso l’uso di tre telecamere piazzate sul cruscotto.
Scopriamo così per prima cosa che, come Robert De Niro in Taxi driver aveva una sola faccia (quella da psicopatico), anche Jafar Panahi in Taxi Teheran è dotato di una sola espressione, quella sorridente-rilassata-compiaciuta, superiore anche a qualsiasi persona incontri- riprenda. E le persone che incontra-riprende sono tutte diverse, per sesso, età e ceto, ma nessuna è o fa niente di straordinario (o che venga raccontato in maniera straordinaria). Anche perché i passeggeri, in quanto tali, si limitano a salire-scendere-gesticolare-parlare, e nessun dei loro dialoghi appare davvero degno di nota. Le varie scene che si succedono sono infatti piccoli spaccati della vita quotidiana di oggi, a Teheran, che però o si sapevano già o non stupiscono eccessivamente o potrebbero svolgersi lì come altrove (dato che mostrano lati dell’essere umano che hanno spesso un carattere universale). E sembrano confermare molti proverbi della (nostra) tradizione popolare, a partire da “tutto il mondo è paese”: per esempio, il malvivente che considera giuste le pene della sharia e il ferito che fa testamento per proteggere la moglie dall’avidità dei parenti testimoniano che i detti “chi predica bene razzola male” e “meglio prevenire che curare” hanno loro adepti un po’ ovunque mentre le due signore anziane che devono assolutamente gettare un pesciolino rosso dentro una fonte sacra a un determinato orario (se no temono che ne vada della loro vita) dimostrano che anche la superstizione non ha confini. Poi c’è il contrabbandiere di film stranieri che, riconoscendo subito il regista, cerca di coinvolgerlo nel suo business: entrambi, tra l’altro, nello stesso posto e nello stesso momento stanno compiendo due azioni clandestine, simili per quanto diverse (il primo vende e il secondo produce pellicole proibite dal regime). Poi c’è il cameo di un vecchio amico del regista, che dovrebbe forse simboleggiare il ritratto dell’esule che rientra in patria: solo che, dalle sue azioni e dalle sue parole, emerge davvero poco, anzi quasi niente, di quello che prova e di quello che sente chi ha prima deciso di andarsene e poi di tornare nel proprio Paese.
E, infine, ci sono i due personaggi più importanti, a loro modo interessanti, che però appaiono ugualmente didascalici, come se fossero lì solo per farci una lezione sulla situazione dell’Iran contemporaneo: l’avvocatessa per i diritti umani Nasrine Satoudeh, appena uscita dal carcere, ci racconta che la sua ultima cliente è una ragazza condannata perché voleva assistere a una partita di pallavolo, mettendoci così al corrente del fatto che le donne iraniane non hanno libero accesso agli stadi (tema già trattato da Panahi nel film Offside del 2006) e infine Hana Saeidi, “l’interprete” (non si sa mai chi stia recitando e chi sia solo se stesso) più simpatica e vivace, di dieci anni, dice che la maestra le ha chiesto di girare un filmino sulla realtà e ci spiega quindi che -perché il film sia “presentabile”- le cose brutte non vanno filmate, i nomi dei personaggi devono essere quelli dei santi imam, gli uomini non devono mai indossare la cravatta e le donne devono portare sempre il velo in testa. Ecco, adesso il pubblico, ma anche il regista, sa cosa fare per realizzare un lungometraggio iraniano, che sia “presentabile” e che, dunque, abbia anche i titoli di testa e di coda. Taxi Teheran, infatti, non li ha, perché, come spiega il cineasta: «Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamico convalida i titoli di testa e di coda dei film divulgabili”. E il suo, ormai lo abbiamo capito, non lo è. Però, in mezzo ai titoli di testa e di coda, dovrebbe anche esserci il cinema, non solo una testimonianza simile al documentario (oltre che una forma di resistenza civile, di lotta politica e di consolazione personale).

http://lacittanuova.milano.corriere.it/2015/09/20/confesso-taxi-teheran-mi-ha-annoiata/?refresh_ce-cp

giovedì 28 gennaio 2016

Taxi Teheran - Jafar Panahi (e una cosa su Bulgakov e Stalin)

Ho pensato a lungo se parlare di questo film oppure no. Questa è la prima volta che devo scrivere di come mi sia annoiata a guardare un film iraniano.


Locandina del film


Strutturato come un documentario realista, ne esce fuori più costruito che mai. Dialoghi inverosimili e personaggi che ripetono ossessivamente sempre le stesse cose. Non sto scherzando. Faccio un esempio: le due signori con i pesci rossi.

Dialogo: “dobbiamo fare presto! dobbiamo andare a Cheshmeh Ali alle 12 in punto! E’ tardi. Dobbiamo fare presto! Dobbiamo andare a Cheshmeh Ali. Ma lei non capisce, abbiamo fretta. Dobbiamo andare a Cheshmeh Ali….”

Dieci minuti così. E lo fanno tutti i personaggi.


Cheshmeh Ali


I temi affrontati “casualmente” dai passeggeri del Taxi guidato da Panahi sono: pena di morte, contrabbando di film occidentali vietati, superstizione, eredità delle vedove, prigionia per le donne che vogliono andare allo stadio e come fare un film presentabile secondo i dettami islamici.

Voi mi dovete spiegare in quale mondo, i passeggeri di un taxi si mettono a parlare di queste cose….a quel modo! Come se stessero parlando del tempo.

L’unica parte in cui ero concentrata è proprio alla fine, con la nipote di Panahi e l’avvocatessa per i diritti civili. In tutto dieci minuti di film.

L’effetto che ha fatto a me è stato di un Safari, dove gli animali esotici sono gli iraniani. Vediamo nella “gabbia” del taxi il leone, la gazzella, l’elefante, la giraffa…manca solo che lo spettatore tiri noccioline e banane per vedere come mangiano. 

Per chi non conosce l’Iran credo sia proprio questo l’effetto che fa il film: guardata questi iraniani, poverelli, non possono sentire la musica! 

La verità è nel mezzo. La realtà iraniana è molto contraddittoria, è tutto e il contrario di tutto. I film occidentali sono virtualmente vietati, ma tutti li vedono con le parabole. Così per internet, Facebook e YouTube sono bloccati, ma viene aggirato il blocco con vari programmi e così via.

A me è sembrato che tutti gli argomenti non siano altro che un corollario per arrivare al punto che a Panahi preme: non mi fanno fare i film. Non “non ci fanno fare i film”, non MI fanno fare i film.

Fa dire alla nipote (sia sullo schermo che nella vita vera), tutti i motivi per i quali lui non può fare un film “presentabile”: i personaggi buoni devono avere un nome islamico e non persiano, non devo portare la cravatta, le donne devono essere coperte, bisogna riportare la realtà ma solo se aderente ai dettami coranici, quindi violenze o furti, ad esempio, non possono essere rappresentati…e altro che ora non ricordo.

Ebbene, Panahi, vuoi dirci “svegliati Iran” o “salvaci occidente”? Qual è l’intento di questo film se non lamentarsi che Panahi viene censurato?

E’ un film che non mi ha lasciato niente. Può essere interessante come i turisti nel safari per chi l’Iran non lo conosce, è al limite del fastidio per chi in Iran c’è stato e lo conosce. 

Vorrei fare poi un appunto sulla censura. Mi viene in mente il caso di Bulgakov e Stalin. Nonostante Bulgakov fosse sotto stretto controllo e rifiuto della censura, Stalin non lo fece uccidere come fece per altri scrittori, per molto meno. La verità è che Stalin amava le opere di Bulgakov. 

Cose forse slegate? Forse.

Penso che il film è stato girato per i motivi sbagliati, per lamentarsi della proprio situazione e basta, senza dare un senso o una contestualizzazione alla propria situazione personale, che potrebbe anche interessare, se resa interessante però!

Piccola nota: Ma perché ci si ostina a scrivere Teheran con due e? Il nome della città è Tehran con una e sola!


Per saperne di più sulla vicenda Bulgakov - Stalin, leggete qui sotto.

«Pronto Bulgakov? Sono Stalin»

Quella telefonata che salvò lo scrittore detestato dal regime sovietico
«Michail Afanas’evic Bulgakov?». «Sì, sì». «Adesso le parlerà il compagno Stalin». «Cosa? Stalin, Stalin?». «Sì, le parla Stalin. Salve, compagno Bulgakov». «Salve, Iosif Vissarionovic». «Abbiamo ricevuto la sua lettera. L’abbiamo letta con i compagni. A tal proposito riceverà una risposta positiva... Ma è proprio vero che lei chiede di andarsene all’estero? Siamo stati così cattivi?». «Ho pensato molto negli ultimi tempi se uno scrittore russo possa vivere fuori dalla sua patria. E mi sembra di no». «Ha ragione. Anch’io la penso così. Dov’è che vuole lavorare? Al Teatro d’Arte?». «Sì, volevo. Ne avevo parlato, ma ho ricevuto un rifiuto». «E lei invii loro una richiesta. Penso che accetteranno. Noi dovremmo incontrarla, parlare con lei». «Sì, sì, Iosif Vissarionovic, ho molto bisogno di parlare con lei». «Bisogna trovare il tempo e incontrarci, necessariamente. E ora le auguro ogni bene».
Della conversazione telefonica fra Stalin e lo scrittore conosciamo il resoconto conservato da Elena Sergeevna, la terza moglie di Bulgakov. È il 18 aprile 1930, il giorno dopo i funerali di Majakovskij a cui anche Bulgakov ha partecipato. Il suicidio del poeta della rivoluzione ha destato grande emozione, forse Stalin decide di chiamare lo scrittore, ormai fortemente sgradito agli apparati del partito, per non aggravare la situazione, per non dare l’immagine di un regime che perseguita gli intellettuali (pochi anni prima si erano uccisi Sergej Esenin e Andrej Sobol’). La lettera di cui Stalin parla è quella inviata da Bulgakov al «governo dell’Urss», il 28 marzo, per denunciare l’accanimento della stampa sovietica nei suoi confronti. Vorrebbe lavorare in un teatro, scriveva, ma se anche questo è impossibile, allora chiede il permesso di espatriare. Dopo la telefonata, il 10 maggio, Bulgakov otterrà un posto come assistente regista al Teatro accademico dell’arte di Mosca.

I guai, per lo scrittore, erano cominciati nel 1925, proprio per il racconto «Cuore di cane», giudicato impubblicabile per la satira sull’uomo nuovo sovietico. Nelmaggio del 1926, la polizia politica Ogpu perquisisce l’appartamento di Bulgakov e requisisce il suo diario e due copie dattiloscritte di «Cuore di cane». Seguirà la triste odissea delle sue opere teatrali («I giorni dei Turbin», dal romanzo «La guardia bianca», «L’appartamento di Zoja» e «L’isola purpurea») che, nonostante il successo, finiranno per essere ritirate. La commedia «La corsa», giudicata da Stalin «un fenomeno antisovietico», non ottiene il nulla osta. Nel 1929 Bulgakov chiede il permesso di andare all’estero, che gli viene negato. Poi, in ottobre, insieme ad Anna Achmatova, Zamjatin e Pasternak, esce dall’Unione panrussa degli scrittori. Quell’anno, dirà in seguito, fu «l’anno del mio annientamento come scrittore».
Nessun suo libro è più pubblicato dal ’25, e ora anche i suoi lavori teatrali spariscono. All’inizio del ’30, brucia alcuni suoi manoscritti, fra cui le prime redazioni del «Maestro e Margherita». Negli anni a seguire, se lo stipendio del Teatro d’arte gli consente di sopravvivere, la maggior parte dei suoi progetti sarà bocciata.
E Stalin? Dopo aver salvato la vita a Bulgakov, sappiamo che farà un’altra celebre telefonata. A Boris Pasternak, il poeta che aveva protestato per l’arresto di Osip Mandel’stam. È il giugno 1934, il colloquio è meno cordiale. Quando Stalin gli chiede se Mandel’- stam è suo amico, Pasternak risponde imbarazzato: «I poeti raramente sono amici, sono gelosi l'uno dell’altro, come belle donne. Noi due ci muoviamo su cammini del tutto diversi». La replica di Stalin è gelida: «Noi bolscevichi non rinneghiamo i nostri amici».

di Ranieri Polese

http://www.corriere.it/cultura/eventi/2012/scala/notizie/20-polese-pronto-bulgakov_5b6bd8be-3e2a-11e2-ab02-9e37f2f89044.shtml



lunedì 25 gennaio 2016

Numeri da 11 a 20



I numeri in persiano non un pò difficili. Forse, più che difficili, è facile confondersi e pronunciarli quasi giusti. Per questo ho pensato di dividerli in tre parti. Da zero a dieci (qui), da undici a venti e poi tutti gli altri.



11
۱۱

یازده
yaazdah
12
۱۲

دوازده
davaazdah
13

۱۳
سیزده
sizdah
14
۱۴

چهارده
chahaardah
15
۱۵

پانزده
paanzdah
16
۱۶

شانزده
shaanzdah
17
۱۷

هفده
hafdah
18
۱۸

هجده
hajdah
19
۱۹

نوزده
nuzdah
20

۲۰
بیست
bist


Le decine termina con "dah"ovvero dieci. Non sarà difficile ricordarli tenendo a mente questo elemento, come del resto facciamo anche in italiano.

yek+ dah = yaazdah.... e così via.

Basta fare un pò di esercizio.



sabato 23 gennaio 2016

The Hunter - Il cacciatore

The Hunter - Il cacciatore


Il cacciatore ( شكارچی - Shekarchi) è un film del 2010 di Rafi Pitts, regista e attore protagonista, candidato all'orso d'oro del Festival di Berlino, nonché finanziato dalla Germania - Filmförderungsanstalt (FFA)

Locandina del film


La storia narra di Ali, appena uscito di prigione, torna a casa da moglie e figlioletta. Per via del suo passato da galeotto, può lavorare solo come custode al turno di notte, mentre lui vorrebbe il turno di giorno per poter stare finalmente con la sua famiglia. Mentre la moglie lavora e la figlia è a scuola, dopo il lavoro Ali va nei boschi a cacciare. 

Durante una manifestazione, la moglie e la figlia vengono uccise dal fuoco incrociato tra manifestanti e poliziotti. 

Ali decide di vendicarsi, forse, e spara a due poliziotti.

una scena del film


Non racconto il resto del film perché c’è un altro colpo di scena.

Il film è stato girato prima che ci fosse la manifestazione del Movimento Verde, prima che fosse uccisa Neda. Effettivamente sembrerebbe un film ispirato ai fatti veramente accaduti in Iran, ma così non è. 

L’unico problema del film è Rafi Pitts stesso. Ottimo regista ma pessimo attore, inespressivo come un manichino. 

Nonostante Rafi, e Mitra Hajjar (una gallina insopportabile, ma questo è un mio problema personale con quest’attrice), è un film da vedere. Molto coraggioso per mettere sullo schermo l’omicidio di due poliziotti, oltre per la conclusione che non rivelerò. 

La voglia di vendetta contro lo strapotere del governo che si esprime attraverso la corruzione e l’onnipotenza della polizia sul cittadino, è estremamente coraggioso e innovativo. 

Consigliato.

martedì 19 gennaio 2016

Numeri da 0 a 10

Avevo già affrontato la questione alfabeto e numeri (qui), ma non sono mai andata abbastanza affondo.

Riprendiamo allora quello che ci siamo persi: i numeri.

Nella tabella seguente i numeri da zero a dieci.

Nelle prossime lezioni, i numeri da 11 a 20 e poi fino a 100.

0
۰
صفر
sefr
1
۱
یک
yek
2
۲
دو
do
3
۳
سه 
se
4
۴
چهار
chahaar
5
۵
پنج
panj
6
۶
شش
shesh
7
۷
هفت
haft
8
۸
هشت
hasht
9
۹
نه
noh
10
۱۰
ده
dah


Baghali polo

Un piatto che non mi stancherei mai di mangiare è baghali polo. Baghali polo significa riso alle fave. Ottimo, semplice e vegetari...